3.800 soldati pronti a partire per l'Ossezia del sud e l'Abkhazia
Così Medvedev aggira il piano Medvedev-Sarkozy
Come aveva già deciso – ancor prima della missione europea di lunedì – Mosca invierà 3.800 unità in Abkhazia e Ossezia del sud. Lo ha confermato il ministro della Difesa russo, Anatoly Serdyukov: "E' già concordato su come il contingente sarà dislocato e avrà una determinata struttura e posizione", (Nella foto il presidente russo Dmitri Medvedev)

Come aveva già deciso – ancor prima della missione europea di lunedì – Mosca invierà 3.800 unità in Abkhazia e Ossezia del sud. Lo ha confermato il ministro della Difesa russo, Anatoly Serdyukov: "E' già concordato su come il contingente - alla fine 3.800 persone in ciascuna Repubblica - sarà dislocato e avrà una determinata struttura e posizione", ha detto il ministro al presidente russo, Dmitri Medvede,v in un incontro. "Mi auguro che, come minimo, questo fermi il regime militare georgiano dal commettere atti idioti" ha aggiunto. Le truppe russe rimarranno in Abkhazia e Ossezia del Sud "a lungo", ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Ieri al vertice Medvedev-Sarkozy sulla crisi nel Caucaso, i tempi del ritiro russo dal territorio georgianosono stati messi per iscritto: ci vorrà un mese perché le truppe lascino la Georgia, ma sulle repubbliche separatiste nulla è stato concordato. L'integrità territoriale della Georgia non è stata garantita fin dall'inizio, e Medvedev non ha intenzione di tornare indietro dal riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud.
Più soft che power
Bruxelles. Il “soft power” dell’Europa è senza power e per questo non funziona. “L’Unione europea ha soltanto mezzi diplomatici – spiega Thomas Gomart dell’Istituto francese per le relazioni internazionali – Per essere presi sul serio da un paese come la Russia occorre essere anche un attore militare”. Al vertice informale dei ministri degli Esteri ad Avignone, alcuni hanno insistito sulla necessità di rafforzare le capacità militari europee per riuscire a farsi ascoltare da Mosca. Ma finora tutti i progetti per mettere in comune la difesa sono falliti. Sulla forza economica dell’Ue – che esisterebbe – prevale il ciascuno per sé, in particolare nel settore dell’energia. Così, ininfluente a Mosca, l’Ue vorrebbe almeno avere qualche strumento di negoziazione con gli alleati dei russi. Su richiesta della Polonia, ad Avignone si è discusso di un alleggerimento delle sanzioni contro la Bielorussia. “Minsk può dimostrare una reale volontà di aprirsi, se non riconosce Ossezia del sud e Abkhazia”, ha detto l’estone Urmas Paet. Ieri il presidente Alexander Lukashenka ha annunciato che sarà il nuovo Parlamento a decidere: gli occidentali sperano che le elezioni del 28 settembre segnino una svolta.
La crisi del campo pro occidentale ucraino è un altro esempio della debolezza del “soft power” europeo. La mancata offerta di integrazione nella Nato e nell’Ue dopo la rivoluzione orange ha accentuato le spaccature interne. Al Vertice Ue-Ucraina di oggi a Parigi, che secondo Sarkozy doveva dimostrare che “Kiev è incontestabilmente una capitale europea”, i Ventisette arrivano senza strategia. Germania, Austria e Benelux non vogliono sentir parlare di futura adesione; Polonia, Repubblica ceca, paesi Baltici, Svezia e Regno Unito spingono per una chiara prospettiva europea. Alla fine l’accordo che Kiev firmerà nel 2009 si chiamerà “di associazione” – come quelli con i paesi dei Balcani candidati all’adesione – ma “non pregiudica i possibili sviluppi futuri nelle relazioni Ue-Ucraina”. Le porte dell’Europa per ora rimangono chiuse.
La crisi del campo pro occidentale ucraino è un altro esempio della debolezza del “soft power” europeo. La mancata offerta di integrazione nella Nato e nell’Ue dopo la rivoluzione orange ha accentuato le spaccature interne. Al Vertice Ue-Ucraina di oggi a Parigi, che secondo Sarkozy doveva dimostrare che “Kiev è incontestabilmente una capitale europea”, i Ventisette arrivano senza strategia. Germania, Austria e Benelux non vogliono sentir parlare di futura adesione; Polonia, Repubblica ceca, paesi Baltici, Svezia e Regno Unito spingono per una chiara prospettiva europea. Alla fine l’accordo che Kiev firmerà nel 2009 si chiamerà “di associazione” – come quelli con i paesi dei Balcani candidati all’adesione – ma “non pregiudica i possibili sviluppi futuri nelle relazioni Ue-Ucraina”. Le porte dell’Europa per ora rimangono chiuse.